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giovedì, 31 gennaio 2008
SlowFilm

E' nato lo spin-off solo cinematografico del blog, SlowFilm. Visto il gargantuesco flusso di persone che affolla questo luogo, mi sono trovato costretto a decostolare.

In realtà credo che la maggior parte delle cose saranno in tutti e due i blog. Lì ho intenzione di mettere qualcosa sul cinema in più, senza preoccuparmi se sul film in questione non ci sia poi tanto da dire, e ci sono un paio di cose vecchie che qui mancano. E poi la grafica è da paura. Praticamente uguale a questa. Ma senza righe bianche.

Insomma, fateci un giro, offro io.

Postato da: iosif a 31/01/2008 17:34 | link | commenti |
cinema, alti e bassi

lunedì, 28 gennaio 2008
ops

non ho fatto il post sul natale, ma uno di fine legislatura, qualunquista quanto mi pare, lo faccio. anche come promemoria.

promemoriando:

no legge sul conflitto di interessi

no revisione legge 30

no commissione g8

no rete4 sul satellite

no legge sulla telecomunicazione

governo gargantuesco

indulto

coniazione di termini insulsi quali "tesoretto", e quel che ne consegue

no dico, pacs e roba simile, e generale appecoronamento al papato

totale appecoronamento agli usa e no ritiro truppe

creazione del partito democratico

caduta del governo perchè hanno arrestato la moglie di mastella

tanto altro. ma quello a cui volevo arrivare è che i prossimi 5 anni di berlusconismo sono totalmente a carico di questo branco di merde. a cui, peraltro, non può fregare di meno. personalmente, ho finito di votare.

Postato da: iosif a 28/01/2008 09:39 | link | commenti (1) |
news

giovedì, 24 gennaio 2008
...e tutto il resto

Per completare la rassegna cinematografica, accenno ancora ad un paio di film.


Il primo è La Antena, di Esteban Sapir, Argentina 2007. Avevo già sentito parlare di questo film in bianco e nero, da noi al momento reperibile solo in dvd tedesco, che io sappia. Se ne diceva un gran bene, quindi ho colto l’occasione al future film. In effetti è da vedere. Quasi muto, ha nella forma la sua particolarità. Sfrutta le nuove tecnologie per rendere un’opera caparbiamente anni 20, espressionista fino in fondo e con riproposizioni, più che citazioni, dal Metropolis di Lang. Altri riferimenti, più ironici (nel senso di usati con ironia), a Melies.


Alla radicalità della messa in scena, si accompagna quella del messaggio. Il film racconta di un paese in cui gli uomini sono rimasti senza voce, usurpata da un potere che la trasforma in energia necessaria ad asservire il popolo stesso, soggiogato dalle macchine di Mr TV. Le idee non mancano, molti simboli sono azzeccati ed efficaci, ma forse l’estrema compattezza della tecnica e della teoria rendono il tutto un po’ troppo meccanico. Le stesse vicissitudini e le particolarità dei personaggi sono evidentemente indispensabili alla composizione del messaggio, ma partecipare alle loro sofferenze non credo sia per lo spettatore altrettanto necessario. Comunque, un film interessante, riuscito in molte parti. Da notare che il cattivo ha i capelli dipinti col pennarello sulla pelata e porta le zeppe. Chissà se tutti i Mr TV sono così o abbiamo tanto culo da aver ispirato anche gli argentini.


La stessa sera al Manzoni è seguito Highlander, trasposizione cartoonistico-futuristica del 2007 del film di Mulcahy. A dirigerlo tale Kawajiri, ennesimo “regista di Animatrix”. Il problema è che animatrix, lontano dall’essere una pietra miliare (con l’eccezione della parte di Peter Chung) aveva una decina di episodi, non so questo quale avesse fatto, ma  dubito fosse qualcosa di commestibile.


Il film l’ha presentato il produttore, Maruyama, anziano giapponese davvero minuscolo. Racconta di come la sfiga abbia attagliato quest’opera nippo-americana, fre qualche mese in uscita, in ritardo, solo in Giappone. Chiude dicendo che siamo i primi AL MONDO a vederlo sul grande schermo. E considerando che in sala eravamo una cinquantina, questo configura un accanirsi della sorte statisticamente rilevante.


Insomma, il produttore era pure simpatico, ma l’unico motivo per cui il film non viene distribuito è che fa veramente cacare. Nei disegni, nella storia e, in maniera almeno grottesca, nei dialoghi, che sembrano partoriti da un software di luoghi comuni hollywoodiani sulla libertà e i culi che bisogna sacrificare per la stessa.

Basta con Highlander, strazio di 86 minuti da rifuggire in ogni modo.


Giacché ci sono, accenno ad un film che ho visto ieri notte, in maniera del tutto casuale, su rete4, fra una crisi di governo e l’altra. Il film è Codice 46, di Winterbottom, 2003. È un film di fantascienza molto alla Dick, ma non è tratto da Dick, e personalmente non ne sospettavo l’esistenza. Da un punto di visto visivo è davvero bello, sembra un new rose hotel più riflessivo e senza Asia Argento (che è un bene), ma anche senza Walken (che è un male), ma con Tim Robbins (che non è male, anche se la faccia da fantascienza ce l’ha fino a un certo punto).

Insomma tantissimi giochi di luce (al neon), città caotiche, restrizioni burocratiche, interni freddi, anche belle scene desertiche e bella musica da sci-fi (anche se si somigliano un po’ tutte, da blade runner in po). L’unico problema è che si perde in una storia d’amore che di fantascientifico ha molto poco, ma considerando che è un piccolo film da 90 minuti con un sacco di belle foto, si può vedere.

 

 

Postato da: iosif a 24/01/2008 18:37 | link | commenti |
cinema

Royston Tan

Royston Tan, al pari di Shunji Iwai, è uno dei più interessanti registi in circolazione, ma in Italia si guardano bene dal farli circolare.


Tan nasce e vive a Singapore, ha 31 anni ed ha già girato un discreto numero di film, di cui 3 lungometraggi. I tre film hanno tutti titoli numerici: 15 (2003), 4:30 (2005), 881 (2007), ma per grazia di Dio, caso ormai raro nel cinema e nella musica, NON formano una trilogia. Anzi, sono estremamente diversi tra loro.


15 è la versione da 90 minuti di un corto omonimo. Parla di gang giovanili utilizzando colori luminosi e tecniche un po’ videoclippare (tipo kar wai di angeli perduti, per intenderci) e riuscendo a dare un’aura irreale e sospesa a delle situazioni assolutamente reali, considerando anche che gli attori non sono professionisti, ma sono i componenti delle gang stesse. Un film da vedere, sempre più duro man mano che procede.


4:30 è senza dubbio l’opera migliore di Tan. Qui il richiamo più forte è a Tsai Ming-Linag: i dialoghi si asciugano fin quasi a sparire, la macchina da presa si ferma, la storia viene raccontata attraverso le immagini, attente a disegnare personaggi, solitudini e incomprensioni. 4:30 racconta di un bambino abbandonato dalla madre assieme allo zio coreano, che non parla la stessa lingua e con tendenze decisamente depressive, mollato anche lui da una donna. Il soggetto è quindi estraneo a Tsai, che non ha mai raccontato l’infanzia, così come è assente in Tan il realismo morboso e l’ossessione per il corpo. In 4:30, nonostante le difficoltà, la possibilità di una comunicazione fra i personaggi non è del tutto esclusa, salvo poi il prevalere dei personali istinti autodistruttivi e solipsistici. È questa l’opera più asciutta e poetica di Tan, che si muove fra corrispondenze tra i personaggi, idee sul tempo e sulla chiusura in se stessi (anche queste a richiamare lo Tsai di Che ora è laggiù, coi protagonisti che manomettono orologi e si chiudono in casa oscurando la luce del sole). Un piccolo gioiello, per chi avesse la ventura di vederlo.


881 è tutt’altra cosa. Musical sgargiante e alquanto trash dal sapore Bollywoodiano, pare sia in patria un notevole successo. Il film non è affatto male, ma forse meno equilibrato degli altri. Il tema drammatico in sottotraccia diventa principale alla fine di un film così spudorato da non riuscire ad accoglierlo in piena naturalezza. La storia è quella di una coppia di ragazze che si prodigano in vari festival musicali pop-neomelodici. “Un inno al cattivo gusto musicale e del vestiario”, dice Tan. Comunque, sia nella musica che nella messa in scena, di certo meglio di roba tipo Moulin Rouge o Hair Spray.


Sic est.

Postato da: iosif a 24/01/2008 15:34 | link | commenti (2) |
cinema

mercoledì, 23 gennaio 2008
TekkonKinkreet

L’ultimo capolavoro dell’animazione nipponica è diretto da un americano, Michael Arias, già nella lavorazione di Animatrix e Princess Mononoke. TekkonKinkreet è tratto dal manga del 1994 di Taiyo Matsumoto, ed è un’opera ai livelli di Miyazaki, Otomo o Oshii. La prima parte, nei ritmi e nelle musiche (qui dei Plaid), ricorda appunto l’incipit dell’Akira di Otomo, con le lotte fra bande rivali, gli inseguimenti su sottofondi tribali. Il contesto, la “Città Tesoro”, ricorda invece alcuni scenari caotici e fantastici di Hayao,e costumi e dettagli rimandano a quello che è probabilmente un riferimento comune, Moebius.


Aldilà dei riconoscibili punti di riferimento, TekkonKinkreet è un film unico e originale, il cui tema principale è il riconoscimento e il mantenimento dell’equilibrio. Equilibrio prima di tutto interno al film stesso, che riesce ad amalgamare parti metropolitane, scene d’azione, descrittive, riflessive, noir. Punti di vista che vanno dal particolare, la vita dei due piccoli protagonisti, all’universale, sapendo fare di ogni personaggio un simbolo, senza privarlo della propria individuale “umanità”.


Parlare di equilibrio in un’opera occidentale significherebbe assistere prima alla distruzione dello stesso, inteso come stato espressione della giustizia definita e certa, ad opera di un qualche agente disturbante che sarà combattuto e cancellato dall’eroe, restauratore della perfetta realtà iniziale. I protagonisti del film di Arias sono Shiro, Bianco, lo Yin, e Kuro, Nero, lo Yang, e si muovono, quindi, in un mondo dove convivono e si intrecciano due tensioni  dai caratteri sfumati. I personaggi sono delineati, tanto nel manga quanto nell’anime,  da un tratto grafico deciso ed infantile che mette in evidenza personalità e stati d’animo, attraverso l’immediatezza delle espressioni facciali e la scelta dei tratti somatici. La Città Tesoro è invece descritta in maniera decisamente più minuziosa nell’opera cinematografica, dove i dettagli appartenenti a diverse culture (elementi architettonici, statue di divinità, personaggi  di varie etnie) sono in sfrenata accumulazione, a creare il quadro perfetto per l’azione. Nella città si contrappongono poliziotti e yakuza, ciascuno investito da una morale che sembra discendere dalla coscienza della propria predestinazione.

La forza del film è nell’aver reso credibile una realtà in cui un uomo, subito prima di morire, può provare nostalgia per la persona che sta per ucciderlo, o dove ci si lascia trasportare dal vento come delle foglie, quando si è felici: ancora in equilibrio, l’elemento realistico e quello poetico.
Alcune opere, spesso orientali, riescono a portare messaggi e realizzazioni complesse in un modo che appare semplice, rendendo in maniera naturale le emozioni più diverse.


TekkonkinKreet è stato proiettato all’interno del Future Film Festival di Bologna. Come prevedibile, non avrà una normale distribuzione nelle sale, ma almeno potrete trovarlo in dvd dal 12 febbraio.
Njoy!

Postato da: iosif a 23/01/2008 15:48 | link | commenti (4) |
cinema

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