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visitato ben un milione e *loading* volte, pazzesco!
L'ultima puntata di Lost di cui ho subito la visione (la 4.4), mi ha così colpito che mi sono sentito in dovere di indagare.
Anche Lost ha risentito del prolungato sciopero degli sceneggiatori americani. Per correre ai soccorsi, la produzione ha dovuto far ricorso ad uno staff di autori datteri. Ecco una foto della riunione creativa alla base delle ultime puntate di Lost.

Notate come le parole di queste creature rimangano impressionate sulla pellicola fotografica. Pare sia una caratteristica dei datteri. Non smetteranno mai di sorprenderci.
I datteri hanno anche ideato una strategia a lungo termine, per le prossime serie di Lost. Dopo aver indagato il presente, il passato ed il futuro dei protagonisti, i datteri hanno ideato la struttura che sarà alla base della quinta serie. All'inizio di ogni puntata verrà trasmesso questo cartello, composto dai datteri in un discutibile marrone su blu.

sento di dover dire qualcosa: ho appena visto la pubblicità di una macchina fatta dai simpsons. ciò non è bene.

Iersera ci siamo attrezzati con un abbondante vassoio di sashimi, accompagnato da wasabi e salsa di soia, e una buona bottiglia di muller thurgau, vino tipicamente giapponese. Il tutto per affrontare al meglio l'ultimo Kitano.
Se ne possono dire cose opposte, stimarlo per il coraggio o schifarlo per la presunzione, entrambe le reazioni sarebbero giustificate. Ed in realtà coesistono.
L'operazione ha molto in comune con Takeshis', ma se il (meta)film del 2005 era prettamente autoreferenziale, stavolta si gioca sui generi, e la ricerca sconclusionata di un copione che sia gradevole al pubblico è esplicitata da una voce over. Nella prima metà vengono accennati una decina di incipit differenti: stile Ozu, in b/n ("ma a nessuno può più interessare la storia di una persona che se ne sta a bere tè e sakè. Fra l'altro la classe media non esiste più, esistono solo i ricchi e i poveri"), l'horror che piace tanto rifare agli americani, la fantascienza, il film anni '50, il wuxia, svariate storie d'amore, tutte troncate da riflessioni secche sull'inadeguatezza del progetto o da inattese divagazioni. Kitano ha fatto tutto, ha detto di non voler più fare film yakuza, e quello che vuole mettere in scena è solo la sua confusione. Prendendoci e prendendosi spietatamente per il culo. Nella seconda parte si assesta su un plot ancora più lunatico, molto alla Getting Any, e in generale molto televisivo.

Credo sia l'unico suicidio cinematografico perfettamente consapevole e ricercato. E riuscito, dal momento che il film, oltre che in Giappone, è stato visto solo in una manciata di festival. E con tutto il bene che gli si vuole, è evidente che la cosa è portata avanti con una certa noncuranza. Se Takeshis' ha per la massima parte una regia paragonabile alle opere precedenti (ed ha una vena amara), Kantoku è spesso buttato lì come viene (ed è in toto una minchiata). Ed alcune gag sono davvero agghiaccianti, su tutte un pupazzo-Zidane che abbatte i suoi nemici a testate. Cose così in Italia a Natale ne piovono.
Eppure.
Eppure l'ossessione e la sincerità con cui quest'uomo si fa del male ha qualcosa di terribilmente poetico e affascinante. L'amarezza è del film nella sua esistenza, quella di un amico che fa seppuku, facendo realmente del male alla parte di lui che ti è dato conoscere. Kitano mostra un vecchio che in animazione a passo uno si incula il cavallo di una giostra, un karateka imbranato in una scena alla Pierino, un musicista rock che adopera al posto della chitarra elettrica una enorme protesi fallica rossa. Anche se adesso, scivendo, mi rendo conto che il cavallo inculato e la chitarra fallica hanno il loro perchè. Fanno ridere. Ma andiamo avanti. Si autodiagnostica un totale disfacimento celebrale, ma ogni volta che si trova in una situazione pericolosa si sostituisce con un manichino, oggetto di angherie ed incline al suicidio. E' sostanzialmente inattaccabile. E poi "Beat" Takeshi ogni tanto ti guarda in camera e ti fa l'occhiolino, a te che hai visto e rivisto Hana-bi ed hai creduto nell'onnisciente Zatoichi. Che erano, però, Kitano che faceva cinema. GLORY TO THE FILMMAKER!, qui c'è solo Kitano.
Come si vuole: 1/5 oppure 4/5
Innanzitutto voglio ufficialmente ringraziare Russel Crowe. Da Il Gladiatore in poi evito di andare a vedere in prima visione i film in cui recita, anche se mi incuriosiscono, anche se il mondo dice che che si tratta di bei film. Ed in effetti questi sani (pre)giudizi mi hanno permesso di risparmiare un po' di soldi e un po' di incazzature. La cosa più stupefacente è che in questo caso Crowe non è neanche la cosa più terribile del film: il fatto è che lui è proprio perfetto per quelle americanate che si spacciano per opere complesse ed impegnate, che sono le americanate peggiori. Tipo, appunto, Il Gladiatore, A Beautiful Mind, Cinderella Man (questo però non ho nessuna intenzione di vederlo, come non vado a vedere i Natali vanziniani o neriparentiani), e c'è anche nel peggiore Mann, Insider.
Andiamo avanti.
In realtà sto dilungandomi su Crowe perchè Yuma mi ha così colpito che a distanza di 20 giorni non ricordo quasi niente. La bontà dei film cattivi è che non lasciano ricordi. C'è una situazione inverosimile e noiosa, in cui il bandito Crowe, figura estremamente complessa, se paragonata a una falena, viene catturato e deve essere scortato a Quel Treno per Yuma. Che parte alle 3:10 pm, non so da dove. Man mano che procede la cosa si fa più grottesca, e nell'ultima mezz'ora finale Crowe è costretto a salvarsi la pelle, ma salvarla anche a Bale che deve portarlo ad impiccare, ma anche fargli fare bella figura col figlio, e ogni tanto citare i Proverbi dalla Bibbia. Non fatemi dire altro, non voglio scavare dentro di me alla ricerca della noia.
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, olre ad avere un bel titolo, è decisamente meglio anche come film. Quel che si suol dire un film crepuscolare, con la storia di Jesse James a storia finita. Molto belle alcune scene, come l'assalto al treno. Una luce e del rumore che filtrano fra gli alberi, un'abitudine fra l'onirico e il deja-vu, per i banditi provati fisicamente e psicologicamente. Belle alcune attese nel grano, la grandezza del cielo e la costruzione di personaggi deboli e indefiniti, dove il titolo stesso rimarca l'essenzialità della predestinazione e la prevalenza del racconto sulla vita. Rispetto al personaggio eroico, i cui tratti sono definiti da poche azioni da tutti conosciute e giudicate, il film di Dominik preferisce soffermarsi su tutto ciò che non ha contribuito a creare il mito, ed è quindi estraneo all'idea dell'eroe.
Il film ha numerosi riferimenti nel western "contemporaneo", e anche se gli manca uno slancio per arrivare al livello dei modelli, sembra comunque un'opera piuttosto riuscita e sincera. La famosa crisi del western non è certo da imputare ai cavalli, o alle rocce o al cielo inglobante, ma al fatto che i western non hanno ancora (ri)trovato un significato. Qui ritroviamo la neve de I Compari di Altman, la sospensione del racconto fra due individui del Pat Garrett & Billy the Kid di Peckinpah, le descrizioni e i paesaggi de I Giorni del Cielo di Malick, un po' degli antieroi de I Cancelli del Cielo di Cimino (che ha chiuso l'epoca), non a caso tutti film (immensi capolavori) anni '70, legati poco al genere e molto al genio degli autori, che hanno trovato una cornice per la loro arte. Li si può ricordare però, diciamocelo, queste cose le hanno inventate loro, e le sapevano fare meglio. L'ultimo western (che poi andrebbero scritti tutti fra virgolette, "western") a questi livelli, che io ricordi, è Dead Man di Jarmusch (anche da qui, per Jesse James, le foreste che sovrastano l'uomo e i duelli impacciati) anche questa un'opera fortemente personale, forse l'espressione più alta all'interno di una filmografia coerente nelle sue aspirazioni e nelle sue ossessioni.
Yuma: 1,5/5
Jesse James: 3,5/5
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